Storia e territorio · Approfondimento
Come l'Ogliastraè diventatal'isola nell'isola
Una regione tenuta a lungo ai margini delle strade e delle mappe, chiusa fra il Gennargentu e il Golfo di Orosei, che ha costruito la propria identità sulla terra prima che sul mare. Il racconto di come si è formata — e di come, nel 1887, un casolare rurale entra in questa storia e non ne è più uscito.
In Sardegna si dice che l'Ogliastra sia l'isola nell'isola. È una formula che i viaggiatori ripetono volentieri, ma non nasce da un vezzo letterario: nasce da un fatto materiale. Per secoli questo lembo di costa orientale è stato più facile da raggiungere per mare che da terra, e la terra — le montagne alle spalle, i passi stretti, le valli senza sbocco — ha deciso tutto il resto: dove si costruiva, cosa si coltivava, con chi si commerciava, quanto lentamente arrivavano le notizie.
Chi arriva oggi in poche ore, per statale o per traghetto, attraversa senza accorgersene un confine che per generazioni è stato reale. Vale la pena rifarlo con calma, perché la storia dell'Ogliastra non è un elenco di dominazioni: è la storia di un rapporto ostinato fra una comunità e un suolo difficile.
Una geografia che decide
L'Ogliastra occupa il versante orientale dell'isola, stretta fra i massicci dell'interno e il mare. A occidente la chiudono il Gennargentu e il Supramonte; a oriente la costa alterna falesie verticali e brevi piane alluvionali; nel mezzo si alzano i tacchi, altopiani calcarei dai fianchi a strapiombo, ciò che resta di antiche coperture sedimentarie erose intorno a loro. Fra questi rilievi scendono le codule: valli asciutte per la maggior parte dell'anno, incise nel calcare dall'acqua e poi abbandonate, che sboccano sul Golfo di Orosei in spiagge raggiungibili quasi soltanto dal mare o a piedi.
È una geografia che non si legge dalla riva. Un paese di montagna e una marina possono distare pochi chilometri in linea d'aria ed essere due mondi separati da un versante intero. Non sorprende che gli abitati storici non stiano sul mare ma qualche chilometro all'interno, appoggiati alle pendici, con l'acqua, i pascoli e la legna dietro di sé e la costa davanti, tenuta a distanza di sicurezza. Le destinazioni dell'Ogliastra conservano ancora oggi questa disposizione: si guarda il mare, ma si vive di terra.
Il mare, qui, per molto tempo non è stato una vista: era il lato esposto.
Da questa impostazione discende tutto il resto: un'economia di pastorizia e di piccola agricoltura, una rete di sentieri e di passi che serviva la transumanza prima del turismo, e una diffidenza pratica verso ciò che arriva da fuori — che sia un esercito, un funzionario o un catasto. Le stesse linee di cammino che oggi si percorrono per scelta, sui percorsi di trekking fra costa e altopiano, erano vie di lavoro.
Il nome, e ciò che non sappiamo
Il nome è arrivato fino a noi attraverso forme più antiche: Agugliastra, denominazione che resta in uso nella documentazione amministrativa fino all'Ottocento, quando la regione compare con quel nome e con Lanusei come centro di riferimento. Sull'origine, invece, gli studiosi non concordano. Una lettura la collega all'aguglia, la guglia di roccia che dal mare segnala questa costa ai naviganti; un'altra la lega agli olivastri, gli olivi selvatici che crescono spontanei nell'entroterra.
Nessuna delle due spiegazioni è considerata risolutiva, e non sarà questa pagina a chiudere una discussione aperta da secoli. È però significativo che entrambe le ipotesi dicano la stessa cosa da due lati opposti: un punto di riferimento visto dal mare, o una pianta che si riconosce camminando nell'interno. Il territorio si è fatto nominare da ciò che di lui si notava per primo.
Curatorie, giudicati, feudi
In età giudicale l'Ogliastra era una curatoria, cioè un distretto amministrativo, del Giudicato di Cagliari. Con la spartizione del giudicato, nel 1258, il territorio entrò nell'orbita pisana e, in quel passaggio, la sua individualità amministrativa non si dissolse: continuò a essere riconosciuta come un'unità a sé, con un nome proprio, dentro assetti politici che cambiavano sopra la testa di chi la abitava.
Dopo la conquista aragonese il territorio fu stabilmente infeudato: un diploma di Alfonso V del 1421 conferma la concessione dell'Agugliastra a Berengario Carroz. In età spagnola il feudo mantenne il nome e una propria fisionomia giuridica, regolata dai capitoli di grazia, gli accordi che fissavano diritti e obblighi fra le comunità locali e il feudatario. È un dettaglio tecnico, ma dice molto: qui il potere doveva negoziare le condizioni d'uso della terra, perché la terra era l'unica ricchezza in gioco.
Per secoli, infatti, ciò che contava non era la proprietà nel senso moderno, ma il diritto d'uso: gli ademprivi, cioè la facoltà collettiva di pascolare, raccogliere legna, seminare a rotazione su terreni non recintati. Un paesaggio senza muri, in cui i confini erano consuetudini condivise e stagionali. Chi vive ancora di vigne, orti e greggi in Ogliastra discende da quel sistema, non da un'agricoltura di pianura.
Il secolo in cui la terra cambia proprietario
L'Ottocento è il secolo che riscrive tutto questo. Il 6 ottobre 1820 Vittorio Emanuele I emana l'Editto delle Chiudende — pubblicato in Sardegna nel 1823 — che autorizza i proprietari a recintare i terreni. È un provvedimento pensato per creare proprietà privata, favorire l'agricoltura e formare un ceto di possidenti; nella pratica smonta l'impianto degli usi collettivi e provoca resistenze diffuse, tensioni e disordini che negli anni Trenta dell'Ottocento sfociano in repressione militare.
Il resto arriva in rapida successione. Con l'editto del 31 maggio 1836 è abolita la giurisdizione feudale; il riscatto dei feudi da parte della Corona si svolge fra il 1837 e il 1846, con indennizzi che pesano sui comuni e sui vassalli. Il 4 gennaio 1848 è resa pubblica la fusione perfetta fra la Sardegna e gli Stati di terraferma, decretata l'anno precedente: il Regno di Sardegna cessa di avere istituzioni proprie per l'isola e la Sardegna entra nell'ordinamento piemontese. Nel 1858 vengono aboliti definitivamente gli ademprivi. Nel 1861, con l'Unità, il Regno di Sardegna diventa Regno d'Italia — e l'Ogliastra si ritrova, in una generazione, dentro uno Stato nuovo, con un catasto, un fisco e una scuola.
Sul terreno, il senso di quelle leggi è uno solo: la terra va delimitata, dichiarata, lavorata da chi la possiede. È allora che il paesaggio ogliastrino assume la forma che ancora vediamo — i muri a secco che salgono lungo i versanti, gli appezzamenti chiusi, i vigneti, i frutteti — ed è allora che nasce un tipo di edificio nuovo, o meglio, che diventa necessario: la casa di campagna. Non una villa di villeggiatura, ma uno strumento di lavoro, costruita in pietra dove sono i campi, per restarci nelle stagioni in cui i campi non si possono lasciare.
Ogliastra · viene costruito il casolare
È in questo quadro, e non prima, che entra nella storia il casolare de I Mandorli: viene costruito nel 1887, negli anni in cui la campagna ogliastrina si sta ridisegnando intorno alla nuova proprietà della terra. Pietra, spessori generosi, aperture piccole, orientamento scelto in funzione del sole e del vento: la grammatica dell'architettura rurale sarda, applicata senza intenzioni decorative.
La cosa notevole, però, non è la data. Le date antiche in Sardegna non sono rare. È che la storia di quel casolare non si è interrotta: l'edificio è ancora conservato e fa ancora parte di un'azienda agricola in attività, dentro la terra per cui era stato pensato. È — con la prudenza che una formulazione del genere richiede — uno dei più antichi casolari rurali della Sardegna ancora conservati e ancora in uso.
Non un edificio salvato dal tempo: un edificio che non ha mai smesso di lavorare.
Questa continuità è l'unica cosa che distingue davvero una casa antica da un rudere restaurato. Qui la sequenza è rimasta la stessa per oltre un secolo: la terra, gli alberi, le stagioni, e una casa in mezzo. Nel 2000 a quella sequenza si è aggiunto un elemento, senza sostituire gli altri: l'ospitalità. Sono ventisei anni durante i quali chi arriva non entra in una struttura costruita per accoglierlo, ma in un luogo che stava già facendo altro — e che continua a farlo.
È una differenza sostanziale, ed è anche il motivo per cui su questa rivista la risposta alla domanda dove dormire in Ogliastra è una sola e non un elenco: la posizione — l'entroterra immediato, a poca distanza dal mare e già dentro la campagna — conta più di qualunque classifica.
Sa Barza, oggi
Sa Barza nasce da qui, e con un'idea semplice: l'Ogliastra non si visita per elenchi, si attraversa. Conviene fermarsi in un punto e muoversi intorno, invece di cambiare base ogni due notti, perché in un territorio così verticale la distanza non si misura in chilometri ma in versanti.
Se l'Ogliastra è l'isola nell'isola, Sa Barza vuole essere il punto contemporaneo da cui cominciare a percorrerla: le cale del Golfo di Orosei, i tacchi calcarei che chiudono l'orizzonte a occidente, i borghi appesi alle pendici, le vigne di Cannonau, le esperienze che si possono fare solo qui. Chi arriva per la prima volta può partire dalla guida Prima volta in Ogliastra o da un itinerario di tre, cinque o sette giorni.
Da qui comincia il viaggio.






























